image Bruse è un'artista eclettico solo al primo sguardo. Gli elementi che dominano le sue tele e che negli anni hanno intessuto un filo conduttore attraverso tutta la sua produzione, sono il colore e la suggestione. In più di mezzo secolo di attività ha affrontato, ma più spesso assalito e sfidato, la grafica, il disegno, l'olio, la tempera, il pastello, il carboncino. Dai grandi formati delle tele più sontuose e bizantine, ai disegni più minuti, dall'olio brillante, denso e materico, all'acquerello più tenue ed aereo. Il colore è aggressivo, festoso, solare, drammatico e Bruse se ne serve per dar vita a impressioni d'ogni tempo e spazio. Civiltà della macchina esclusa.

Pittore e viaggiatore, come un mercante di spezie, di merci rare e preziose d'Oriente, trasporta sulle galee in rotta su Venezia un carico di suggestioni esotiche, ricreando un mondo improbabile, ma emotivamente credibile, nel quale animali selvaggi, donne e foreste lussureggianti, figure umane strampalate e di grande dignità, indovini, zoppi, impiegati, bambini e generali coinvolgono muti chi li guarda, perfettamente intellegibili.

Il substrato classico della sua pittura va rintracciato nella sua prima formazione, di matrice umanistica. Esso appare evidente nelle opere della prima giovinezza e via via viene travolto dalle sperimentazioni dell'astratto e del colore puro e violento; classicismo che rimane silente sul fondo di ogni quadro, non vinto, riapperendo in superficie, decenni dopo, nella maturità.

Bruse è giovane artista in una Venezia vivace ed autentica, sono gli anni Sessanta e fino al decennio successivo egli partecipa attivamente alla vita artistica di allora con una serie di mostre, vincendo numerosi premi; è un giovane pittore che l'ambiente di allora riconosce come molto promettente. Ma proprio in quegli anni si fa strada una forza centrifuga che, prepotente, lo spinge verso altre rotte, seguendo un istinto che da sempre ha segnato il destino dei veneziani: viaggiare, allontanarsi, conoscere. Chissà se è consapevole di incarnare in qualche misura la storia della sua città, un piede in Occidente, l'altro a Bisanzio, la scassata e grandiosa capitale d'Oriente, di cui Venezia fu la figlia più amata e ribelle.

Bruse trasporta sulla tela ciò che il suo spirito ha respirato e trasfigurato un po' dovunque nel suo quarantennale errare per tutta l'Asia. Tra un viaggio e l'altro dipinge le sue tele, nei vagabondaggi lo accomapgnano invece china, acquarelli e gli inseparabili libretti, nei quali traccia storie fantastiche ed umanissime, che si srotolano, a piccoli tratti, nelle pagine.

E' impossibile incanalare e irregimentare la corrente impetuosa e turbolenta della sua opera, rischiando di stravolgerne e di ridurre la complessità, ci si potrebbe richiamare al simbolismo di Gustave Moreau, alle suggestioni oniriche dei surrealisti, a Matisse.

Questo e molto altro risuona nell'estro di Bruse: un intimismo che ci ricorda gli interni di Bonnard, l'irruenza dei Fauves (belve, come lui), l'astrattismo degli anni Sessanta e Settanta, l'arte psichedelica della cultura hippy - don't warry, be hippy! - .

Artista solare e solitario, forte ed eccessivo dentro di lui non trovano spazio nè lungimiranza, nè cautela, nè moderazione. Colorista eclettico, un po' vate, che intinge i suoi pennelli nella limpida e profondissima fonte della Poesia, unica a mitigare l'arsura di vivere.

Agata Cherubini

 

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